Musica in streaming: opportunità, problemi, prospettive.

Musica in streaming: opportunità, problemi, prospettive.

Leggere la recente presa di posizione di Frank Gambale sui siti di Streaming Musicale  (argomento che mi sta particolarmente a cuore), mi ha dato spunto per alcune riflessioni.

Anzitutto è mia opinione che lo streaming sia il futuro della musica e della televisione.
Prima ce ne renderemo conto, prima riusciremo a farcene una ragione.
Il concetto stesso di televisione, dopo l’evoluzione di internet, è diventato completamente antiquato.
Le Grandi Emittenti Televisive hanno voluto rispolverare l’immagine della vecchia scatola introducendo il Digitale Terrestre, una tecnologia di utilità discutibile, poichè se esistesse la possibilità di guardare la stessa cosa sia dalla televisione, che dal computer, io sceglierei sempre computer (o tablet, o smartphone, o generico device video trasmittente).
La televisione è diventata obsoleta, come lo è diventato il grammofono a suo tempo.
L’offerta televisiva attuale è di 500 canali a qualità video discutibile, contro gli svariati milioni del solo YouTube, disponibili già da molto tempo prima che il noto decoder invadesse le nostre case.
Se gli attuali programmi televisivi migrassero in massa in altrettanti siti dedicati, tutto il materiale di una trasmissione o di un canale, rimarrebbe costantemente a disposizione online, permettendo alle persone di non doversi più sottomettere ai rigidi orari televisivi, ma di potersi godere il proprio programma preferito esattamente quando vogliono. Questo creerebbe un positivo circuito On Demand, che andrebbe a influire in maniera consistente sulla qualità percepita dei programmi visti, poiché ognuno vedrebbe esattamente quello che desidera vedere. E in realtà non cambierebbe molto per i gestori dei singoli canali, i quali, come adesso, vivrebbero di pubblicità.
Sogni utopici a parte, questa è normale evoluzione della tecnologia. E si, non è mai un processo indolore, l’evoluzione tecnologica è sempre la più crudele e spietata possibile, ma rimane inarrestabile.
Lo streaming è il futuro, perché quando vado in giro, non ho più voglia di avere una mano occupata da un lettore CD portatile largo 20 centimetri; perché se ho la possibilità di scegliermi una playlist al volo o di ascoltare una particolare canzone, e sono nel bel mezzo del nulla, ma posso farlo lo stesso grazie alla connessione mobile, lo faccio (e mi piace). Tanto che le compagnie telefoniche, che sanno che la gente usufruisce di musica, video e contenuti in streaming in ogni momento, stanno svendendo tariffe con accesso a internet illimitato.
Lo streaming è il futuro per una numerosissima serie di ragioni ma in primo luogo, per quanto mi riguarda, lo è in quanto unico mezzo realmente efficace contro la pirateria musicale.
Ha portato un servizio che consente di ascoltare quella singola canzone di quel particolare artista, un album o un set di canzoni di una playlist, ovunque e su ogni piattaforma con accesso internet. Dando un freno netto al downloading illegale ossessivo e ridando ai singoli artisti, la speranza di poter ancora guadagnare dalla registrazione delle proprie opere.
Tuttavia questo non vuol dire che ogni forma di streaming debba essere accettata a priori, in quanto “parte del futuro”.

Gambale ha assolutamente ragione quando dice che è scandaloso che una società di streaming musicale guadagni cifre astronomiche grazie al lavoro di altre persone, senza versare a costoro il giusto contributo.
Ha ragione anche quando dice che i musicisti dovrebbero essere un fronte unito.
Ma proprio perché mi trova d’accordo su tutta la linea, i due post che ha pubblicato sul suo profilo di Facebook, mi lasciano l’amaro in bocca.
Quello che mi fa davvero dispiacere è guardare un grande artista di fama internazionale, un chitarrista che ha rivoluzionato il modo stesso di suonare il proprio strumento, a conti fatti, una mente davvero geniale, arrivare davanti a un problema che affligge tutta la propria categoria e dire: “io me ne tiro fuori e dovreste farlo anche voi”.

Sono anni che aspetto che qualcosa cambi nel mondo della musica, perché lo vedo sofferente, sia come ascoltatore che come musicista.
Ma io sono troppo piccolo per fare qualcosa e in ogni caso nel mio piccolo, qualcosa ho provato a fare comunque.
Mi sono interessato sui problemi che affliggono il mercato e il mondo della musica.
Mi sono fatto opinioni.
Quando ho potuto, ho cercato di far sentire la mia voce attraverso petizioni che promulgassero leggi a favore della musica live (che dovrebbe essere il punto focale di ogni musicista per quanto mi riguarda).
Lotto ogni giorno per garantirmi quelle premesse che spero potranno portarmi, un giorno, in una posizione tale che mi permetta di poter davvero fare qualcosa per questo splendido mondo.
Ma io sono qui sotto.
Così in basso che non riesco neanche a vedere la cima della catena gerarchica, a vedere chi tira le redini vere, del mondo della musica.
Quindi com’è possibile che artisti come Gambale, che invece sono lassù, continuino ad aspettare che qualcosa cambi nel pubblico o nell’etica delle persone?
Com’è possibile che l’unica soluzione a questo problema, che una persona del suo calibro riesce a trovare, sia ritirare i propri prodotti?
Badate bene, non sto dicendo che ha sbagliato!
Spotify sfrutta il lavoro dei musicisti ed è giusto boicottarla al fine di rendere più equo il suo servizio.
Quello che mi ha fatto davvero male, è che il togliere la propria discografia dallo streaming, sia stata l’UNICA, effettiva, mossa di Gambale. È QUESTO che fa male. Il fatto che subito dopo aver capito dov’era il problema, non abbia fatto NULLA di concreto per cercare di risolvere la situazione.
Com’è possibile che la soluzione di Gambale di fronte alla scarsezza di profitti da Spotify, sia stata quella di cercare siti streaming più remunerativi, e non, per esempio, creare una cooperativa di soli artisti, che gestisca un sito di streaming musicale, in cui tutti gli introiti sono divisi equamente a seconda di determinati criteri?

Wow, non sembra per niente una cattiva idea!
Per una volta i musicisti non dovrebbero pendere da un’ancestrale autorità superiore, che fa scendere soldi ogni volta che il concerto è andato bene. Sarebbero loro i diretti responsabili dei propri guadagni.
Lo so, questa è un’idea estremamente semplice, che non tiene conto di numerosissimi fattori, ma che mi sembra già molto migliore dell’iniziativa presa da Gambale (o da tutti gli altri artisti che non hanno preso iniziative affatto).
Com’è possibile però che un’idea del genere non sia venuta a una persona che chiede ai musicisti di formare un fronte compatto? Di essere uniti per lottare per i diritti di tutti i musicisti? Com’è possibile che la prima soluzione che gli è balenata per la mente sia stata: “cerchiamo un sito più vantaggioso”, piuttosto di: “creiamo un’associazione di musicisti che lavori per il bene dei musicisti”?

La risposta che mi sono dato, per quanto triste possa sembrare, è che in realtà musicisti di quel livello non abbiano più interesse nel far funzionare il mondo della musica a favore di tutti i musicisti, ma che cerchino solo di proteggere la nicchia che sono riusciti a costruirsi, rendendola possibilmente intoccabile da altri.
Dobbiamo renderci conto che qui non parliamo dei quattro ragazzini che per farsi conoscere devono passare i loro week end a pregare il gestore di un locale per suonare anche solo una canzone, accettando come unico compenso un boccale di birra, senza potere di contrattazione.
Sto parlando dei più grandi artisti mondiali, che vivono in un momento storico in cui le case discografiche sono in totale decadenza e non hanno un minimo di potere su di loro. Gli stessi artisti che, come unità di misura per contare i propri fan, vedono il “100mila” al gradino più basso della loro scala.
Personaggi che, se potessero, potrebbero esercitare un’influenza considerevole sul mercato globale della musica.

Io ho preso come esempio Gambale, ma non ce l’ho con Gambale. Non è Gambale il problema. Il problema è la mancanza di unione dei musicisti di alto livello. Ognuno per conto suo, ognuno a badare al proprio orticello. Ognuno ignaro di poter essere lui stesso la soluzione ai problemi del mondo della musica.
Per questi motivi, io non mi sento di approvare in pieno il punto di vista di Gambale, che risulta corretto nella logica ma non nelle azioni.

L’unica cosa che possiamo fare è continuare a maturare ed esprimere le nostre opinioni e sperare di sviluppare, un giorno, polmoni abbastanza grandi per farci sentire da chi può veramente cambiare le cose.

 

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