La Teoria Musicale? NON ESISTE.

La Teoria Musicale? NON ESISTE.

La “teoria musicale”? Non esiste.

È un po’ drastico, magari, ma non trovo un modo diverso per dirtelo. Puoi girarci intorno quanto vuoi, ma se ci pensi un po’ è evidente: chi ti parla di “teoria musicale” ti sta fregando.

Non sto esagerando, e se ci pensi, dai, lo sai già da solo, senza bisogno che te lo sbatta in faccia qualcun altro (l’ingrato compito tocca a me, stavolta, pazienza): tu studi un mucchio di cose, accumuli un sacco di informazioni, spulci su internet, guardi tutti i canali “guitar” di YouTube, sopporti le richieste del tuo maestro, fai i compiti, sai a memoria la 4a eccedente di labemolle e le note di un Db7(#9b13), e poi quando attacchi la chitarra e suoni… vengono sempre fuori le stesse cose di sempre.

Sempre loro. Maledette.

 

E se per caso qualcosa di diverso fa capolino, mai una volta che “si parli” con quello che hai studiato.

Due mondi separati.

Le mani sulla chitarra, da una parte. La “teoria musicale” dall’altra. Ben distanti. Manco si salutano.

 

E quando una cosa non funziona, che facciamo noi? Cerchiamo di cambiare punto di vista e strumenti, per cercare delle soluzioni che ci portino al risultato desiderato?


Nossignore. Insistiamo con quello che non funziona. Anzi, lo facciamo di più, o più intensamente.

Come dei muli.

Ecco, se hai voglia di restare nella tua “comfort zone”, che per quanto inefficace è familiare e rassicurante, ho una notizia per te: non ne verrai a capo, mai.

E per “mai” intendo proprio “mai”.

Se invece ti interessa uscire allo scoperto, ritrovare quell’entusiasmo dei primi tempi in cui ti sei avvicinato alla musica e ogni minima informazione ti mandava in estasi (“il cancelletto si chiama diesis, figata! E devo andare un tasto avanti… ci sono!!”), ecco, allora forse è il caso di andare avanti.

 

Teoria un corno!

C’è questa cosa che ti appassiona da matti. Si chiama musica. Ti appassiona ma proprio da impazzire, non puoi farne a meno. Sul serio, è un’ossessione, la ascolti sempre, ovunque, sempre diversa, sempre di più, sempre meno ovvia, finché non ti basta più nemmeno questo, e arrivi a decidere che addirittura non ti basta godertela come fruitore, no, non ti basta, vuoi andare oltre, vuoi entrarci dentro, vuoi essere tu a crearla, in prima persona, con le tue mani, con una chitarra…

Wow.

È una sensazione fantastica, chi non l’ha provata non può capirla. Noi lo sappiamo, loro nemmeno immaginano quanto sia fico sentire le note che vuoi mentre escono fuori dalle tue mani. Davvero, è come spiegare un tramonto a un cieco.

Ecco, arriva il momento in cui però anche suonare non ti basta. Vuoi entrare ancora più dentro, andare più a fondo. Vuoi capire come funziona, la musica.

Se un ragazzino si appassiona ai motori, è piuttosto naturale che voglia metterci mano, smontarli, osservarli, ma anche capirli a fondo, studiarli pezzo per pezzo, bullone per bullone, approfondire. Nessuno mai su questa pietra galleggiante che chiamiamo Terra si sognerebbe di chiamare tutto questo “teoria dei motori”.

Se uno si appassiona al calcio, magari sa a memoria tutte le formazioni della sua squadra del cuore degli ultimi dieci anni, i dettagli della maglia di ogni stagione, per non parlare di regolamenti, strategie, tattiche, tecniche, allenatori, calciatori. Hai mai sentito qualche mentecatto chiamare tutto questo “teoria calcistica”?

Ovviamente no.

Il fatto è che, molto semplicemente, queste cose non sono “teoria”. Manco per sogno. Sono i meccanismi del motore, del calcio, di quello che ti pare. Nessun insegnante di arte, per quanto inetto, sarebbe così inetto da parlarti della prospettiva senza metterti in condizione di riconoscerla. La vedi, la sperimenti, la riconosci. Poi capisci come si fa a ottenerla.

Prova a pensare una ragione per cui in musica dovrebbe essere diverso (spoiler: non c’è).

 

***
BREAK: un aneddoto di valore inestimabile

Nel 2005 come Guitar PRAXIS organizzammo un PRAXIS Guitar CAMP con l’intervento straordinario di Gianfranco Diletti, il padre e il guru della didattica italiana per chitarra contemporanea avanzata, semplicemente il migliore didatta che sia stato mai disponibile, non solo in Italia.

 

Il tema del CAMP era “Tonale vs Modale”, un argomento decisamente spinoso: hai presente quante discussioni ci sono in giro per la rete, sulle riviste, nelle librerie specializzate? E hai una vaga idea di quante bestialità circolino in proposito, anche da parte di personaggi piuttosto noti? Il livello di confusione è talmente alto che alcune informazioni errate sono ormai diventate patrimonio comune, apparentemente inestirpabili.

 

E cosa ha fatto Gianfranco?

Il programma del CAMP sarebbe iniziato il mattino successivo, sabato, ma all’arrivo dei partecipanti, il venerdì sera, dopo cena ha riunito tutti, armato di uno stereo e di una sfilza di CD gigantesca: ha iniziato a mettere su brani di ogni tipo, da Malmsteen a Miles Davis, dagli AC/DC a Celentano a John Lee Hooker a Zappa, senza dire niente. Soltanto, chiedeva: “succede qualcosa in questo pezzo, armonicamente? Nel caso, cosa? E comunque, che effetto ti fa?”

E così via.

Tre ore.

 

Per tre interminabili ore ha messo su decine e decine e decine di brani, chiedendo soltanto di ascoltare. Non importava definire, per quello avremmo avuto i due giorni successivi. Però, prima di arrivare alla grammatica e alla sintassi, voleva che ci si arrivasse con le orecchie ben aperte, già perfettamente consapevoli. Dopo tre ore così, nessuno dei partecipanti avrebbe mai più avuto un dubbio in vita sua della differenza tra “tonale” e “modale”.

E attenzione: NON “in teoria” (che sta a zero. E in ogni caso sarebbe arrivata non prima del giorno dopo) ma in pratica, a orecchio.

È lo stesso processo con cui hai imparato a parlare: ascolti, poi comprendi, poi definisci.

Hai imparato a scrivere a 6 anni, quando parlavi già perfettamente. E la grammatica è arrivata quando ne avevi 8. La sintassi ancora dopo.  La “teoria musicale” serve soltanto se ti mette in condizione di capire fenomeni di cui hai già una consapevolezza pratica. Confidenza vera. Sennò sono chiacchiere. E le chiacchiere, lo sai bene, stanno a zero.
E in ogni caso, mai mai e poi mai “teoria” da sola, senza che ti cambi radicalmente.

 

***

 

Che cosa me ne faccio?

Una volta ero con una fidanzata appassionata di rugby (ognuno ha i partner che si merita. Io quella poi l’ho pure sposata. Non. Dire. Niente.)

 

Mi ha portato a vedere una partita dei più forti del mondo, gli All Blacks (quelli della haka). Erano il massimo livello di quello sport su tutto il pianeta, e io… mi sono fatto due palle che non ne hai idea. Loro erano sul campo, io in gradinata, ma sembravamo in due città diverse, non capivo mai cosa stesse succedendo.

Ogni tanto accanto a me la gente scattava in piedi urlando e io nei primi istanti non capivo nemmeno se erano urla di gioia o di rabbia. Era frustrante. Molto frustrante. Certo, potevo apprezzare il gesto atletico di quei bestioni, ma, anche come semplice spettatore, il mio livello di godimento di quella esperienza era fortissimamente limitato da quanto poco fossi dentro ai meccanismi del gioco.

Nella musica è lo stesso. Anche come semplici ascoltatori, quanto più profondo e intenso potrebbe essere il piacere che ricavi dalla musica se avessi più confidenza con i suoi meccanismi profondi?

Davvero tanto. Se poi suoni pure, ehi, viene da sé.

Pensaci. Perché dovresti imparare il circolo delle quinte, la dominante alterata e tutto il cucuzzaro? Per quale stramaledettissima ragione dovresti usare ore e ore e ore di tempo della tua vita per imparare cose così?

Non serve a far colpo sulle fanciulle (né sui cavalieri, se è per questo). Giuro: è triste, è un peccato, ma è così. A tutt’oggi, non risulta nessun caso conosciuto di “acchiappo” (a.k.a. “rimorchio”) ottenuto al bancone del bar con frasi tipo “ehi pupa, lo sai che la terza minore di labemolle sarebbe un… dobemolle! Mica un si, eh, proprio un dobemolle!”. E vorrei anche vedere.

Non serve a divertire gli amici, nemmeno dopo che sono al terzo giro di birre, figurati da sobri. Non gliene frega niente, e sai che c’è? Hanno ragione. È una “fissa” tua, lasciali in pace.

E quindi? Ti sto dicendo che non serve a niente, che sono informazioni senza valore e senza utilità?

No.

Anzi, diciamolo forte-e-chiaro: NO.

Sono informazioni cruciali, assolutamente. Possono cambiarti la vita. Anzi: devono cambiarti la vita. Se non lo fanno, non ha senso usare il tuo tempo per studiarle!

Ecco almeno tre “aree” in cui approfondire i meccanismi della musica ti può (e ti deve) cambiare la vita, da subito, nel momento stesso in cui le affronti:

 

  1. come ascoltatore. Come con i motori, lo sport, la pittura: più ci sei dentro, in profondità e intimità, più te la godi. Sì, anche in termini di pura “pancia”, piacere emotivo. Puoi scoprire dettagli che non immagini nemmeno lontanamente, anzi: pensa a quante sfumature ti stai perdendo, proprio adesso, perché non sai nemmeno dove andarle a cercare! Poi puoi anche scegliere di godere in superficie, fermarti a ciò che è eclatante, ed è una scelta legittima, per carità. Certo, non proprio la scelta di uno che la musica la ama, via.
     
  2. come musicista. Puoi avere tutto il talento del mondo (beato te), ma sai che c’è? Non ti basta. Se vuoi portare la tua musica a un livello più alto e più profondo (sembra un paradosso, ma in questo caso i due termini coincidono), hai bisogno di sapere di cosa stai parlando, comunicare con altri musicisti, accedere a una mole di risorse che nemmeno immagini, di persone (alcune strepitose) che come te hanno amato (RIP) o amano la musica, e si sono dedicate a capirla, esplorarla, condividerla. Puoi anche decidere -di nuovo- che di tutto questo non ti frega niente, ma -di nuovo- non sembra proprio la scelta di uno che la musica la ama.
     
  3. come chitarrista. Ok, stiamo parlando di meccanismi, cose che valgono per tutti, mica tecnica chitarristica. Epperò. Però pensa: devi improvvisare su una progressione di accordi particolarmente difficile. “Ehi, ma io vado a orecchio!” Certo. Ma quando vai a orecchio, sai che c’è? C’è che devi aspettare di sentire cosa succede, per reagire con le mani sulla chitarra. E quindi arrivi tardi. Se lo sai in anticipo, è sempre l’orecchio a guidarti (come quando parli, ché mica pensi a grammatica e sintassi), ma sa già dove andare a parare… mica poco! Ora sento l’obiezione nell’aria e quindi me la faccio da solo: “Ehi, ma Hendrix…” Taci. Hendrix viveva immerso nella musica. Suonava sempre, sempre, ogni minuto della sua esistenza. Era un talento mostruoso, e viveva il linguaggio della musica come “madrelingua”. A noi tocca impararla come si impara l’inglese: la full-immersion è necessaria, lavorare di orecchio è indispensabile. Ma capirla potenzia questo apprendimento, lo accelera.

Un piano d’azione

Ok, a questo punto dovresti aver inquadrato la questione. Ricapitolando:

 

  1. la “teoria musicale” non esiste, finché è “teoria” non serve a nessuno;
  2. esistono i meccanismi con cui la musica funziona, e se ami la musica non puoi ignorarli;
  3. un’intimità profonda con quei meccanismi ti migliora come ascoltatore (godi di più);
  4. un’intimità profonda con quei meccanismi ti migliora come musicista (hai più chance);
  5. un’intimità profonda con quei meccanismi ti migliora come chitarrista (suoni meglio).

Bene. Se a questo punto ancora non sei convinto di dover darci dentro in maniera intensa, lascia perdere. Davvero, non ha senso andare avanti. Accontentati di quello che hai, fatti bastare il tuo percorso in superficie. Mi dispiace per te, non sai cosa ti perdi.

Se invece hai capito quanto è importante, per te, approfondire un percorso in profondità nei meccanismi della musica, e magari farlo con la chitarra in mano, senza “stacchi” tra quello che impari e quello che esce fuori dal tuo ampli quando poi suoni… beh, tieniti pronto.

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